Abstract
Il contributo esamina gli esordi e la ricezione di Elisabetta Rasy e Paola Capriolo, che debuttano entrambe come narratrici negli anni Ottanta, ma appartengono a generazioni diverse e divergono nettamente nel modo in cui si posizionano nel campo letterario. Mentre l’opera di Rasy si contraddistingue per l’impegno femminista e per lo sperimentalismo che porta a una scrittura ibrida, tra affabulazione romanzesca basata su documenti storici, prosa poetica e (velata) riflessione teorica, i racconti e romanzi di Capriolo privilegiano un linguaggio facilmente accessibile e partecipano fin dall’inizio della tendenza postmodernista a riscrivere le grandi narrazioni della tradizione filosofica e letteraria. Rasy, dunque, si posiziona in maniera critica rispetto a una tradizione teorico-letteraria di cui denuncia le implicazioni patriarcali; Capriolo si posiziona decisamente all’interno di questa tradizione. Analizzando le auto-dichiarazioni delle due autrici, il contributo mette tuttavia anche in luce gli elementi fortuiti, involontari di tali posizionamenti. Con riferimento alla ricezione di entrambe in Italia e all’estero, si cerca di ricostruire, almeno in parte, le ragioni del successo di quel ritorno alla narrazione considerato oggi tipico della letteratura anni Ottanta, nonché diversi giudizi della critica riguardo alla "scrittura al femminile".

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