Abstract
L’articolo si propone di contribuire al dibattito sulla narrativa degli anni Ottanta con un esercizio critico di decentralizzazione del canone, evidenziando come scritture e progetti che abitano consapevolmente lo spazio del margine possano generare prospettive critiche plurali e anti-egemoniche (bell hooks). Il caso di studio è rappresentato dal sud di due isole mediterranee, la Sardegna di Sergio Atzeni e la Sicilia di Elvira Sellerio, che di Atzeni pubblica nel 1986 il romanzo d’esordio Apologo del giudice bandito. L’incontro tra lo scrittore e l’editrice è interpretato come dialogo tra progetti culturali consapevolmente ex-centrici, capaci di coniugare radicamento locale e apertura transnazionale. L’analisi dell’Apologo mette in luce una narrazione storica corale e sperimentale, centrata sulla rappresentazione del potere e delle dinamiche tra gruppi egemoni e subalterni, che in chiusura suggerisce una possibilità di riscatto ai e alle rappresentanti di identità composite e in divenire. La dimensione sardo-mediterranea consente di istituire dei paralleli con l’opera dei siciliani Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino. In questo contesto, il catalogo Sellerio – in particolare la collana «La Memoria» – viene letto come spazio “glocale” che accoglie le narrazioni del sud e del margine, in un progetto che anticipa la visione del Mediterraneo come archivio fluido di contro-storie interconnesse proposta da Franco Cassano e Iain Chambers.

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