Abstract
Il saggio analizza Seminario sulla gioventù (1984) di Aldo Busi, collocandolo criticamente nel panorama letterario degli anni Ottanta. Sebbene il romanzo presenti tratti ascrivibili al postmodernismo – come la prosa iperletteraria e l’uso ironico della citazione –, il lavoro di Busi si distanzia da tale categoria, proponendo piuttosto una rifondazione del rapporto tra soggetto e realtà. Attraverso la figura di un protagonista discontinuo e mimetico, il romanzo opera una decostruzione dei meccanismi di potere e delle convenzioni borghesi, servendosi della sessualità – e in particolare dell’omosessualità – come strumento conoscitivo e morale. Nel romanzo, l’identità del protagonista si configura come un rifiuto consapevole di ogni processo di soggettivazione sociale; in questo senso, Busi rielabora il genere del Bildungsroman, trasformandolo in un percorso di svelamento critico: non è l’individuo a formarsi secondo le norme del contesto, ma è la società a essere decostruita nel suo contatto con un’alterità radicale. L’analisi attinge al retroterra filosofico francese dell’epoca, in particolare al pensiero di Michel Foucault e Gilles Deleuze, rintracciando nel romanzo una «micro-politica del desiderio» che anticipa istanze teoriche successive. Infine, il saggio mette in luce i dialoghi intertestuali con la tradizione italiana, in particolare con l’eredità pasoliniana, reinterpretata in una prospettiva di soggettività che intende sottrarsi all’emarginazione e alla sottomissione. Seminario sulla gioventù rappresenta, dunque, un’opera di svolta, capace di integrare una potente forza decostruttiva in una narrazione che interroga le fondamenta stesse del sé e della sua rappresentazione letteraria.

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