Abstract
Il saggio propone una lettura di Rimini (1985) di Pier Vittorio Tondelli quale laboratorio di un “postmoderno consapevole”, distante tanto dalle derive metaletterarie quanto dall’idea di un’estetica ridotta a esteriorità inautentica. Sullo sfondo dell’ampio dibattito teorico sul tema – con riferimenti a Jameson, Eco, ma soprattutto Fiedler – l’analisi si concentra in particolare su tre nuclei, volti a rileggere altrettante costanti postmoderne (citazionismo, esibizione di artificio, senso della fine), per verificarne la seduzione e a un tempo l’insufficienza, restituendo al romanzo la capacità di raccontare il reale senza cadere nel gioco autoreferenziale: la superficie come spazio simbolico ed emozionale; la miniatura e la fotografia, lette in accordo con Ghirri come simulacri del vero; e infine il motivo dell’apocalisse mancata, allegoria del superamento di paradigmi culturali ormai esausti. Ne risulta un’immagine della Riviera romagnola quale dispositivo narrativo e insieme «inconscio edificato» degli anni Ottanta: uno spazio in cui realtà e finzione, memoria e spettacolo si intrecciano continuamente, trasformando il postmoderno in una categoria cognitiva e sentimentale in grado di dar voce, attraverso le convenzioni romanzesche, alle contraddizioni profonde dell’immaginario contemporaneo.

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