Abstract
Il saggio propone di rileggere il romanzo italiano degli anni Ottanta non come un ritorno all’ordine – secondo la vulgata che ne registra l’esaurimento della spinta sperimentale e la resa al mercato – ma come l’avvento di un disordine sistemico: il primo tempo di un ventennio di assestamento che si stabilizza negli anni Novanta e sfocia, con il nuovo millennio, in una koiné narrativa condivisa. La tesi si articola su tre piani intrecciati. Sul piano morfologico, il decennio mostra non un ordine ritrovato ma una proliferazione di forme – recupero esibito della letterarietà come blasone e sperimentazione che però aggira lo sperimentalismo (plurigenericità, traiettorie d'autore instabili, scritture a bassa finzionalità) –, governata da un costante prelievo selettivo che della tradizione trattiene il segno riconoscibile e ne lascia cadere la difficoltà. Sul piano socio-culturale, questa proliferazione è l’effetto di una ristrutturazione del campo – industrializzazione editoriale, democrazia letteraria, nuova cultura umanistica – che dissolve la bipartizione tra polo autonomo ed eteronomo e la gerarchia dei brow (high-, middle-, low-), dando forma a ciò che oggi si chiama no-brow. Sul piano storiografico, il modello evolutivo dell’equilibrio punteggiato reinterpreta il dibattito sulla collocazione della svolta come differenza di prospettiva. In chiusura, il lavoro apre la questione del valore letterario dopo la crisi dell’autonomia.

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