Abstract
Il saggio esamina l’attenzione critica dedicata da Pier Vittorio Tondelli all’opera di Carlo Còccioli, evidenziandone l’importanza nel panorama della letteratura italiana contemporanea come pure nella costruzione di un più ampio controcanone queer, nonostante la marginalità in cui è stata fin dall’inizio confinata, anche per la scelta dell’autore di vivere lontano dall’Italia. Tondelli manifesta ammirazione per le transizioni religiose, l’apertura alle culture orientali, la valorizzazione della dimensione corporea e l’impulso autodistruttivo presenti nei romanzi di Coccioli, con un interesse culminante nella sua recensione di Piccolo Karma (1987), dopo la quale i due autori si incontreranno per via epistolare e poi di persona. Riconoscendo la distanza di Coccioli, da lui stesso proclamata, tanto dalla letteratura impegnata quanto dallo sperimentalismo della neoavanguardia, Tondelli confronta la sua opera, sul piano tematico e formale, con autori della Beat Generation svalutati dalla critica militante, con altri prosatori e poeti internazionali e con sé stesso. Su queste premesse, il saggio analizza in particolare come la matrice religiosa non confessionale dei romanzi coccioliani – mai disgiunta dalla dimensione fisica del desiderio, della sessualità, della stimolazione allucinatoria – si accompagni a scelte stilistiche che scardinano la forma tradizionale del romanzo a favore del diario, della scrittura epistolare, del frammento, della contaminazione tra generi, lingue e prospettive narranti diverse. I temi cari a Coccioli, comprese le molteplici rappresentazioni della relazione omosessuale dal Cielo e la terra (1950) a Davide (1976) a Fabrizio Lupo (1978), incrociano così la ricerca dell’ultimo Tondelli di un modello romanzesco e sentimentale incentrato sulla fenomenologia dell’abbandono, sulle «camere separate», sulla tormentata religiosità di chi si ribella a Dio, ma continua a interrogarsi sul ruolo della Grazia.

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