Abstract
Il saggio traccia un preliminare stato dell’arte sulla forma narrativa mista di autobiografia e invenzione dell’autofiction, confrontandosi con un dibattito trentennale in tre lingue (inglese, francese, italiano). A seguire, si propone un nuovo inquadramento teorico dell’autofiction, che tiene conto delle riflessioni di Marcel Proust sparpagliate in À la recherche du temps perdu (1913-1927) e negli appunti saggistici del cosiddetto Contre Sainte-Beuve (1954). Seguendo l’ispirazione proustiana, si ipotizza che l’autofiction possa essere interpretata come “romanzo dell’io profondo” e non più come un’autobiografia immaginaria o ingannevole (secondo una linea tassonomica che da Serge Doubrovsky (1977) arriva in Italia a Walter Siti (1994)). Nella seconda parte, viene testata la validità concettuale di questo inquadramento a partire da un autore di autofiction del Novecento italiano che ha tenuto in conto con tempestività e originalità la lezione proustiana: Mario Soldati. Nell’intreccio fra confessione e vergogna, fra desiderio queer e pulsioni masochistiche e distruttive, Soldati ha offerto materiale di studio prezioso per la teoria dell’autofiction. Uno studio ravvicinato di due libri posti agli estremi temporali opposti della sua carriera di romanziere (La verità sul caso Motta, 1937; Lo smeraldo, 1974) chiude il saggio.

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